Link

/DAY DREAMING Alla settimana della comunicazione si impara a sognare ad occhi aperti

Milano, Settimana della Comunicazione. Un martedì senza mezzi di trasporto che non ha certo reso facili gli spostamenti da un workshop all’altro. Mi sono armata di volontà, di una bicicletta e ho pedalato da un evento all’altro cercando di carpire il meglio di ognuno.

La Lezione di Communication Design all’auditorium Lattuanda è stata una delle tappe della giornata, in concreto mi sono ritrovata ad ascoltare nozioni base di semiotica e pubblicità che già conoscevo, ma è stato molto interessante il discorso che Gianguido Saveri ha intrapreso riguardo la capacità personale di stimolare e usare la parte creativa del nostro cervello.

Siamo soliti utilizzare un emisfero alla volta, o siamo razionali e matematici oppure creativi ed emotivi, ma è possibile switchare dall’emisfero destro al sinistro. Come? deconcentrandosi. Cercando di non pensare a quello che dobbiamo fare, entrando in uno stato psicologico di Day Dreaming, il classico e spesso bistrattato sogno ad occhi aperti.

Aziende innovative come la Apple o la 3M spingono i propri dipendenti a navigare con la mente almeno una mezz’ora al giorno per liberarsi della propria parte razionale, lasciare libera di vagare la parte destra del nostro cervello e cogliere le sfumature della propria parte creativa. La conferenza è proseguita con un dibattito sull’interpretazione del messaggio creativo alla base di alcune campagne stampa, niente di particolarmente interessante a parte le deliranti considerazioni di qualche partecipante evidentemente non molto in contatto con la propria razionalità!

Annunci

Link

/MISSIONE CREATIVITÀ Creativi e comunicatori riscrivono le regole del gioco e puntano all’innovazione

«Non possono togliere voce a menti pensanti».

Affermazione pesante, ma fin troppo reale. Il seminario «Da Pubblicitari a Comunicatori. Scrivere il futuro della nostra professione?» organizzato da TP Pubblicitari Professionisti all’interno dellaSettimana della Comunicazioneera fondato sul bisogno, diventato ormai necessità, di ricercare una strada comune per agenzie pubblicitarie ed imprese cercando di restituire ai creativi la propria autorità e la propria identità.

Biagio Vanacore, presidente TP, è stato molto chiaro riguardo la necessità di difendere la creatività italiana dalle vessazioni imposte dai paletti delle imprese. Ormai viviamo in un’era in cui gli uffici marketing delle aziende fanno proprio il lavoro che spetterebbe ai creativi, interpellando le agenzie pubblicitarie solo per cercare degli esecutori ad idee già preconfezionate. E’ una situazione, questa, che viviamo solo in Italia e c’è davvero bisogno di riscrivere le regole del gioco, anche perché le poltrone importanti sono ormai occupate da generazioni di non-webnauti.

Purtroppo siamo tutti bloccati da una crisi che impedisce, da un lato, di puntare sulla creatività più laterale investendo su una comunicazione innovativa, dall’altro, di ribellarsi ai cartelli imposti per paura di perdere il cliente.

Queste sono verità scomode con le quali noi, aspiranti e speranzosi, creativi ci scontriamo ogni giorno; è la realtà che noi studenti incontreremo al di la dei nostri brief di gruppo in classe, oltre gli aperitivi per festeggiare la fine dei corsi. Dobbiamo stringere i denti, saperci reinventare. Forse gli anni d’oro della pubblicità e della comunicazione sono finiti, ma possiamo creare qualcosa di nuovo. Noi abbiamo il Web, loro non l’avevano.

 

Link

La musica è dentro di noi: ci sono tanti modi per esprimermerla. Con parole e consigli. Questo è quello che ho chiesto di fare a Giulia Santucci, speranzosa, aspirante copy writer con un’ inesauribile passione per la moda di strada, quella fatta dalle persone vere.. dall’anima un po’ rock che scrive per Organiconcrete. Ed ecco cosa ci dice Giulia. (Sara Stella blogger di Fascino Rock)

“Da piccola collezionavo le foto delle Spice Girls, ballavo Gigi D’Agostino e ascoltavo i Cranberries, il 31 Luglio prossimo sarò a san Siro per il concerto di Robbie Williams e sono una fan sfegatata dei Pearl Jam.

Varietà. E’ la mia parola d’ordine, senza contare che a carnevale del 2011 mi sono vestita da Mina ed ero proprio uguale uguale!

Ultimamente passo gran parte del mio tempo su Twitter e inorridisco davanti alle faide adolescenziali che si creano tra le fan dei One Direction e  quelle di Justin Bieber, le temibilissime Beliebers. Allora penso alla bellissima amicizia che lega Eddie Vedder (Pearl Jam ) eChris Cornell (Soundgarden), alle side band, ai supergruppi che si creano grazie al rispetto reciproco e all’amicizia di grandi esponenti della musica, tipo gli Atom For Peace di Tom Yorke.

Siamo bombardati, letteralmente, dai talent show e ormai la musica italiana è satura di canzonette dove il significato nascosto più profondo è “ti amo, e te no”. Poi ci lamentiamo che siamo invasi dagli Hypster! Lo sapete cosa sono? Semplicemente un’altra sottocultura giovanile come mille altre che almeno da una grande importanza ai Pink Floyd, che se vede un triangolo su sfondo nero attraversato da un arcobaleno sa che è la copertina di The Dark Side Of the Moon. Di certo preferirei avere un figlio Hypster che una figlia Belieber…

Chi vuole emergere usa i canali di Youtube, Facebook, Twitter sperando che tra i visitatori ci siano dei talent scout. Quando questo succede si diventa “Star in un minuto 2.0”, ma i contenuti lasciano sempre un po’ a desiderare. Vi consiglio di guardare il documentario di Cameron Crowe sui 20 anni di storia dei Pearl Jam, oltre ad essere un’ottima e egregiamente fatta digressione sul grunge-rock degli anni ’90 mostra quanto la tenacia e l’umiltà possano ottenere risultati stupefacenti.

Guardatelo, non ve ne pentirete.”

Link

Save Rudeness! Long live…. Share and support!

Le cose ci sfuggono di mano, veniamo abbandonati, chi dovrebbe aiutarci ci ignora, non ci rappresenta.

Grosseto c’è un posto, racchiuso tra quattro mura che parla di verità assolute, di passioni, di musica vera, di colori, di stili, di sottoculture: il Rudeness. Qui tutto emerge e ti sommerge con una passione unica, che David, il proprietario cerca strenuamente di trasmettere anche a chi di quella musica e di quegli stili sa poco o niente.

Rudeness è una piccola bottega nel cuore del centro storico, è un punto di riferimento per chi ancora insegue il senso di appartenenza ad una sottocultura che sia mods, skin, punk. Vinili, libri, abiti, accessori legati ad alcuni dei movimenti giovanili più spettacolari e unici che il mondo abbia mai avuto l’onore di conoscere.

Io tra queste storie di scene alternative ho trovato qualche anno fa un’oasi felice che mi ha aiutato a crescere e alcuni dei miei ricordi più belli sono legati alle serate e agli allnighter della scena scooteristica organizzati proprio con l’aiuto e il supporto di David.

Adesso la situazione economica del nostro paese sta soffocando chi in questo negozio crede davvero, chi davvero crede ancora che il bisogno di far sopravvivere le piccole imprese sia un diritto inviolabile. Ma vi lancio un appello per una cosa che mi sta a cuore..se non siete della zona, se non vi trovate a passare da Grosseto dato un occhio su questo strano strumento che è internet.. Impegnatevi almeno ad ascoltare un pezzo di Toots and the Maytals, di Alton Ellis, ascoltate una canzone northern soul e se siete incazzati un pezzo punk o hardcore. Chiudete gli occhi,riflettete … e FATEVI UN BEL GIRO SU http://www.indiegogo.com/projects/long-live-rudeness
Ognuno dovrebbe avere l’opportunità di perseguire i propri sogni, “indiegogo” permette a tutti di dare un piccolo contributo per mantenerli vivi questi benedetti sogni!!!
Chi ci tiene davvero sta già facendo qualcosa….. share this!

UNITED WE STAND. DIVIDED WE FALL.

data pubblicazione: 7/3/2013